Giovedì, 03 settembre 2009Questa estateQuest'estate non sono riuscito a portare avanti la Catena, per problemi miei. Il poco lavoro che ho fatto l'ho concentrato su Ucuntu, che è una cosa che facciamo giù a Catania con dei ragazzi di là (secondo me vale la pena di darle un'occhiata, e la stiamo portando avanti da più di un anno). Quelle che seguono sono le mie cose su Ucuntu di quest'estate. Bookmark: www.ucuntu.org r.o. ______________________________________ Ai colleghi giornalisti, all'antimafia, alla Lega delle Cooperative QUATTRO PROPOSTE PER RIPORTARE A COMBATTERE GRAZIELLA E GLI ALTRI La lotta alla mafia è soprattutto lotta d'informazione. Chi la fa, chi ha accumulato coraggio, serietà, professionalità ed esperienza per poterla fare, è un patrimonio di tutti. Nell'interesse di tutti, non va lasciato solo. Che cosa concretamente si può fare per aiutare (ad esempio) i giornalisti dei Siciliani a cui – vent'anni dopo vogliono confiscare le case? Ecco delle idee Berlusconi, il governo, Di Pietro, Franceschini, la sinistra... Ma si può, con tutte queste cose importanti in giro, dare la copertina a due persone “comuni”, simpatiche ma certo non potenti, come Graziella e Pino? Certo che si può. Al centro di tutta la lotta politica in Italia, prima e più seriamente di ogni altra cosa, c'è l'antimafia. Al Sud perché la mafia comanda e l'unica lotta reale è questa, e tutto il resto è poesia. In tutta Italia perché la mafia (o il sistema politico-imprenditoriale- mafioso, il Sistema come dice Saviano) oramai è un modello dappertutto. Ci sono i mafiosi dei clan anche a Milano, oramai. Ma soprattutto anch e là ci sono i Ciancimino, i Martellucci (“la mafia non esiste”), e probabilmente pure i Sindona e i Salvo Lima. Il personale politico, insomma, della contiguità. Che una volta stava a Catania e Palermo, ma ora è dilagata, sia come modo di fare che come relazioni d'affari. Non è solo la linea della palma ad aver risalito il nord. La lotta alla mafia – nel senso di lotta al potere mafioso, al Sistema – è soprattutto lotta d'informazione. Informazione di base, “povera”, libera, battagliera. Più Radio Aut che Santoro. Perché sociale, legata al territorio, giovane, aggressiva. Rendo e Badalamenti non li hanno sconfitti i giornalisti famosi, ma quelli – professionali ma militanti – come Peppino Impastato o Pippo Fava. + + + Di giornalisti così ce ne sono ancora, in giro. Non moltissimi, ma qualche decina sì. E molti sono i ragazzi che imparano da loro. Ciascuno di questi giornalisti è un patrimonio sociale, una risorsa insostituibile per la democrazia. È interesse di tutti difenderli e metterli in grado di lavorare. Interesse delle sinistre, dei sindacati, delle cooperative, delle professioni democratiche, degli imprenditori (finalmente) antimafiosi. Sono loro la prima linea, quelli giù di guardia nel deserto. Se crollano loro, prima o poi crolla tutto il resto. È dovere di tutti difendere Graziella e Pino. (Certo, non loro soli: con Graziella, ad esempio, difendiamo Lillo Venezia, Rosario Lanza, Elena Brancati, Claudio Fava, Antonio Roccuzzo, Miki Gambino, tutti i “vecchi” dei Siciliani, tutti come lei chiamati a rispondere dei debiti fatti per difendere la trincea di tutti. Qui diciamo Graziella per semplificare). È dovere di Graziella e Pino (ma anche mio, di Fabio, di Luca, di Claudia, di Lillo, di Piero – anche qui, usiamo un paio di nomi per semplificare), stringere i denti, tener duro, “non mollare”, non scoraggiarsi mai e non mollare. E soprattutto essere uniti, coordinarsi il più possibile, fare rete. + + + Ci chiedono che fare, per Graziella e per gli altri. Avrei quattro precise idee da proporre: 1) Organizzare un grande concerto nazionale, con artisti famosi (a cominciare dai Modena, ma non solo), e organizzarlo con la bandiera dell'Ordine dei Giornalisti e del sindacato dei giornalisti, la Fnsi, nazionale. Mi fido di loro, li abbiamo avuti accanto per difendere Pino. Mi piacerebbe se prendessero questa iniziativa, e se ci fosse anche Libera di mezzo. 2) Fare una trattenuta sullo stipendio di luglio, noi giornalisti professionisti: cinquedieci euri a testa non li sentiremo nemmeno, perché a luglio c'è la quattrordicesima e quest'anno ci sono anche i soldi del contratto nuovo; 3) I parlamentari europei dell'antimafia diano il loro primo stipendio per l'informazione antimafia, per Graziella e gli altri: 4) Voi dirigenti della Lega delle cooperative avete un debito con noi dei Siciliani. Noi eravamo una cooperativa della Lega, ma la Lega non ci ha salvati; ha preferito fare gli affari con i Cavalieri. Potete saldarlo ora, questo debito, compagni di Reggio Emilia e di Bologna. Certo, non c'è nessuno che vi obblighi; ma sarebbe un onore grandissimo, poter dire “I nostri predecessori sbagliarono, ma noi, noi che rispondiamo di noi stessi qui ed ora, noi siamo contro la mafia e con i Siciliani”. (Ucuntu, 11 giugno 2009) ______________________________________ Elezioni GIORNALE RADIO "Elezioni. Il Polo della Libertà di Silvio Berlusconi batte di misura, con poco più di due punti di vantaggio, l'Ulivo di Romano Prodi. Il Presidente Giorgio Napolitano ha dunque incaricato oggi il dott. cav. Silvio Berlusconi di formare il Governo". Ma vediamo nel dettaglio i risultati delle elezioni. Forza Italia, al 35 per cento, perde due punti (a causa soprattutto dell' astensionismo in Sicilia) mentre la Lega (10,3 per cento) ne recupera uno grazie al successo della campagna d'ordine nei paesi più tradizionalisti della Baviera. "Basta con negri, ebrei, zingari, comunisti e omosessuali": uno slogan semplice ed efficace, i cui toni gli osservatori attribuiscono alla necessità di far presa su un target territoriale non certo composto da sofisticati intellettuali ma che ovviamente non comporta alcun pericolo reale per le categorie così indicate. Il risultato complessivo, 45,3 per cento, non è certo eclatante ma neanche da disprezzare. Difficilmente tuttavia consentirà l'attuazione del programma (Totalmaggioranzen, Fuhrerprinzip, Reich millenario) che il Capo aveva espresso alla vigilia delle elezioni. In fondo, in Italia - fanno notare alcuni - il governo è appoggiato, tenendo conto delle astensioni, solo dal 26,2 per cento degli elettori: "Un italiano su quattro. E con uno su quattro si può a malapena governare, altro che fondare regimi". A livello di gossip c'è da notare che molti esponenti del Polo non nascondono in privato la soddisfazione per le dure parole pronunciate a caldo da don Angelo Bagnasco (il successore di Baget Bozzo alla guida spirituale del Polo): "Su l'ese tegnuo serrou u scagnu ("se avesse tenuto chiusa la bottega", ndr) gh'aviescimu faetu un cu cuscì ai cumunisti". Ma non è detto che il Polo sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza assoluta anche se Noemi fosse rimasta a fare i compiti a casa sua. Molto più frastagliato, ma non meno compatto, lo schieramento dell'Ulivo, che ha mancato il sorpasso di soli due punti, attestandosi comunque su un onorevole 43,1 per cento. I Democratici (guidati stavolta da un dc combattivo e non da un "comunista" marpione) contribuiscono col 26,2 per cento. Segue Di Pietro (o meglio l'Italia dei Valori, visto che s'è finalmente deciso di abbandonare la personalizzazione) con un ottimo 8 per cento. Poi la Sinistra, (Prc, Sl, Pdci, Verdi) con un buon 6,1 per cento (un anno fa poco oltre il 4) e infine i radicali col loro 2,4 per cento. "Combatteremo uniti, governeremo uniti, difenderemo uniti i magistrati e la legge di tutti" ha dichiarato subito Di Pietro. "Certo. E uniti organizzeremo organizzeremo il primo sciopero generale unitario di tutti i lavoratori italiani e stranieri" ha aggiunto il leader della Sinistra, Zanotelli. "Giusto. Da oggi c'impegneremo in una opposizione dura e pura - ha concluso Prodi - contro questo governo piduista e razzista, per salvare l'Italia dalla crisi facendo appello alla sua più grande risorsa umana, non i banchieri e i manager ma il popolo dei precari e dei lavoratori. Viva l'Italia". (Ucuntu, 11 giugno 2009) ______________________________________ GLI STUDENTI DI TEHERAN E QUELLI DEL G8 “A un certo punto decine di poliziotti ar¬mati sono penetrati nella scuola dove noi manifestanti avevano messo su il centro-stampa. Hanno sprangato a sangue tutti quelli che hanno trovato e li hanno portato via sanguinanti. Poi si sono accaniti sui computer e li hanno fatto a pezzi”. Siamo nella lontana Teheran, capitale del regime integralista dell'Iran. Niente di occi¬dentale, naturalmente. Da noi ci sono parti¬ti democratici, da loro gli ayatollah. Da noi la Chiesa non interviene delle faccende del¬lo Stato, da loro c'è una Suprema Guida che parla in nome di Allah. Da noi libere e de¬mocratiche “ronde”, da loro squadre fanati¬che di pasdaran. Da noi soprattutto non può succedere che decine e decine di oppositori vengano selvaggiamente picchiati, portati via e torturati in carcere subito dopo. Qual è il problema principale del governo iraniano, in questo momento? Far finta che tutto ciò non sia mai successo. Im¬porre il silenzio, censurare (o com¬prare) i media, schernire la stampa straniera che non si può controllare: “Nemici del¬l'Iran - dicono – Sovversivi, teppisti, pagati dal ne¬mico”. Un bel giorno, essi sperano, tutto questo sarà dimenticato; anzi, praticamente non sarà mai avvenuto. I satrapi potranno torna¬re tranquillamente a governare autoritaria¬mente, a rubare e a far festa fra cortigiani e veline nei palazzi. O forse no. Distruggere il centro-stampa di Teheran adesso non è servito a niente. C'è Twit¬ter, c'è YouTube, c'è l'internet. Come si fa a sprangare anche questi? Mai la verità è stata così impopolare presso i satrapi – occidentali e orientali – come adesso. Mai è stata così palesemente (le leggi anti-cronisti qui in Italia) persegui¬tata in tempi moderni. Ma non è stata mai così forte, grazie all'internet: che non si può imbavagliare. Avremo, noi giovani, il coraggio (e la professionalità, la serietà, il fare rete) di servircene fino in fondo? Poveri satrapi, in questo caso, poveri papi e poveri ayatollah. (Ucuntu, 22 giugno 2009) ______________________________________ PERCHÉ BISOGNA APPOGGIARE I SICILIANI Chiediamo a Libera, all'Ordine dei Giornalisti, al sindacato, alla Lega delle Cooperative di prendere pubblicamente posizione a favore dei Siciliani e di organizzare in prima persona la solidarietà con essi. Non è solo “aiutare i Siciliani”. E' fare tutti un passo avanti, difendere una libertà sotto attacco per difenderle tutte “Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli, cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d'essere oramai invulnerabili”. + + + E' una città del sud - anni '80 - quella di cui ci parla Giuseppe Fava. Con la sua mafia, la sua violenza, e soprattutto il suo stretto rapporto con poteri politici, imperi economici e monopolio dell'informazione. Quest'ultimo è l'anello essenziale, quello che dei vari elementi fa un Sistema. Lo sappiamo tutti. Sappiamo come funziona Catania, come funziona il sud. La novità è che oggi Giuseppe Fava non parla più di Catania. Parla di tutta Italia, parla di Milano, parla di Roma. La mafia - com'era facilmente prevedibile – ha risalito il nord. La volgarità d'un Graci o d'un Rendo riempie oggi, con altri nomi, le chronicles from Italy della stampa internazionale. Tutto ormai è dilagato dappertutto. Ancora una volta, il centro è il monopolio dell'informazione. Non solo per la rimozione delle notizie (che è ormai abituale), ma soprattutto per la decostruzione sistematica dei pensieri comuni e la loro sostituzione con altri congrui al sistema, non civili. + + + Come ci vorrebbe adesso un Giuseppe Fava, un Siciliani! Allora, la lotta sua e dei suoi ragazzi fu durissima, e non priva - per quella fase - anche di successi. Lui la pagò come sappiamo. I suoi redattori con vite durissime, ai limiti del tollerabile, fra miseria e minacce. Eppure, nessuno tradì. Molti continuarono. I Siciliani, in realtà, non sono finiti mai. Hanno strade diverse, diversi nomi. Ma ci sono. + + + L'Ordine dei giornalisti, il sindacato (la corporazione insomma: nel senso antico e tecnico, di mestiere) negli anni di Giuseppe Fava sono stati lontanissimi da lui. Sembrava un mestiere tranquillo, una “professione”; qualcosa che garantisse insieme uno status sociale e una funzione. Che non ci sono più. “Giornalista”, in questi anni, è tornata ad essere una parola ambigua, su cui fare scelte: o Ministero dell'Informazione, o militanza civile. La nostra “corporazione”, spalle al muro, sta scegliendo ora. Alcuni pochi tradiscono; per molti invece è l'ora della dignità. La Lega delle Cooperative (di cui I Siciliani facevano parte) tradì Giuseppe Fava e i suoi redattori. Preferì fare affari con gli imprenditori collusi. Questo l'abbiamo pagato con infiniti dolori. Cosa intendono fare, dopo un quarto di secolo, coloro che la reggono ora? Possono rimuovere, certo, queste righe. Ma sappiamo che in questo momento le leggono. E aspettiamo la loro risposta. Al tempo di Giuseppe Fava, il nuovo movimento antimafia era agli albori. Noi abbiamo contribuito a fondarlo (l'Associazione I Siciliani, Siciliani Giovani, l'idea di distribuire i beni confiscati) ma da allora se n'è fatti di passi su questa strada. C'è Libera di don Ciotti e dalla Chiesa, ci sono le associazioni locali, c'è Addiopizzo. Ci sono addirittura dei politici che sono saliti a Roma o Bruxelles grazie principalmente alle tematiche antimafiose; ed interi partiti che si appoggiano ad esse. + + + Dall'Ordine e dal Sindacato dei giornalisti, dai dirigenti di Legacoop, dagli esponenti dell'antimafia civile, ci aspettiamo una pubblica e combattiva presa di posizione sul caso dei Siciliani. La sottoscrizione è già partita (l'appello è a pagina otto) e hanno già cominciato a rispondere i cittadini. Ma è evidente che non avrà successo senza l'appoggio aperto e organizzato di forze ben più grandi di noi. Servono soldi e serve appoggio politico, (forse ancora di più). La lotta dei Siciliani è stata, e in un certo senso è ancora, una delle lotta più dense del dopoguerra: contro il sistema mafioso, per l'informazione. E' un caso esemplare, un modello; e come tale va usato. Schierarsi pubblicamente coi Siciliani, qui ed ora, è la cosa più “politica" che ci sia. (Ucuntu, 22 giugno 2009) ______________________________________ L'Italia che non si arrende I GIORNALISTI DI PRIMA LINEA E L'ANTIFASCISMO DI OGGI Neanche il secondo fascismo ama i giornalisti. Fra scandali e disastro economico, come si salverebbe il regime, se la gente fosse informata? Perciò propaganda e bavaglio a tutta forza. E noi? Noi giornalisti liberi abbiamo il dovere di tener duro finché non arriveranno gli altri. L'antimafia è l'antifascismo dei nostri giorni Il Pil, secondo la Corte dei Conti, "è sceso ancora dell'uno per cento e il debito pubblico ha raggiunto la cifra di 1663,65 miliardi, pari al 105,8% del Pil". Il rapporto deficit/pil è salito al 9,3 per cento. Lo Stato è sotto di almeno 34 miliardi di euri. Il governo, se ancora esiste, non ha idea di come affrontare questa catastrofe. Tira avanti giorno per giorno, fra uno scandalo e l'altro. Ha solo due idee chiare: trovare un capro espiatorio - immigrati, stranieri – su cui scatenare gli odii, esattamente il fascismo con gli ebrei; e impedire a ogni costo che la gente sappia qualcosa. Propaganda, bavaglio, e ora anche leggi apposta antigiornalisti, servono a questo. Da questi due punti di vista è esattamente come ai tempi del fascismo. Le leggi razziali ci isolano dall'Europa e portano a galla gli elementi più feroci del regime (ieri i Farinacci, oggi i Bossi). Il blocco dell'informazione (non a caso il governo esalta Putin e Gheddafi) produce una “democrazia" annacquata, non abolita formalmente ma resa inutile di fatto. + + + In questo quadro, il ruolo del giornalista libero è vitale. È un'area che si estende sempre più: non solo i resistenti singoli di un tempo, ma aree sempre più ampie del giornalismo “ufficiale” (non ci stancheremo di sottolineare l'importanza dello spostamento “a sinistra”, in questi mesi, di soggetti come l'Ordine dei Giornalisti e la Federazione): anche ai tempi di Mussolini i giornalisti “perbene” divennero in gran parte antifascisti. Restano tuttavia decisivi i “fanti” in prima linea, quelli di guardia nel deserto. Lasciarli soli ora è pericolosissimo, perché dietro di loro non c'è ancora una linea di resistenza organizzata e dunque non possono cedere a nessun costo. Uno, come i lettori sanno, è Pino Maniaci. “C'è un piano della mafia per eliminarmi”. “Le famiglie di Borgetto, Montelepre, Partinico, Cinisi e Terrasini”. “Hanno dato il via libera in queste settimane”. Non sono affermazioni da poco, dette da Pino. Ci impongono solidarietà e attenzione - solo pochi politici ne hanno avuta: Lumia, la Borsellino, il solito Giulietti - ma ci chiedono anche una strategia generale, di contrattacco. + + + Poche parole ancora servono per delineare, nel fascismo-antifascismo in cui ormai viviamo, l'obbligo della solidarietà con I Siciliani. Sono stati un modello di lotta, di tener duro, di coerenza. E anche, nei momenti più alti, un modello organizzativo, da imitare. Non solo giornalisticamente (inchieste e cultura civile), ma anche politicamente, se riusciamo a dare a dare a questa parola un senso alto, da comitato di liberazione, e non da semplice affare di partiti. A metà degli anni Ottanta, e poi nel '92-93, e ancora – con altri nomi – negli anni dopo, la storia dei Siciliani (Siciliani, SicilianiGiovani, l'Associazione I Siciliani, la prima società civile militante insomma) ha costituito per l'antifascismo-antimafia di oggi ciò che i vari Gobetti e Salvemini, il Partito d'Azione, il Non mollare, furono per l'antifascismo antico. Una radice e un nucleo, provvisorio e immaturo, da migliorare; ma solido e nettissimo, e in grado si tradursi prima o poi in resistenza generale. Per questo bisogna studiare la storia dei Siciliani, con tutti i loro limiti ma con le loro intuizioni; e solidarizzare col vecchio gruppo, che forse non fu sempre all'altezza (ma neanche i primi antifascisti lo furono) ma si batté sempre con coraggio incredibile e dedizione, spendendosi “ingenuamente" per il bene comune. Questo, nell'Italia di oggi, è un patrimonio prezioso, che non va sprecato. I Siciliani appartengono a tutti, non possono essere rimossi da nessuno. Cambiano a ogni generazione i volti e i nomi; non è neanche indispensabile che si chiamino sempre I Siciliani, né che siano sempre incarnati dalle stesse persone. La loro esistenza è tuttavia incontestabile, dopo un quarto di secolo di lotte e di dolori. E questo è davvero un miracolo, una felicità da continuare. (Ucuntu, 3 luglio 2009) ______________________________________ DIGERIRE TUTTO In Italia e in Zimbabwe il debito pubblico ha ormai largamente superato il Pil e ogni giorno che passa lo Stato è sempre più vicino, finanziariamente parlando, a eventi alquanto infelici. Nello Zimbabwe, il Presidente del Consiglio Mugabe ha sguinzagliato le ronde con l'ordine di arrestare e tradurre al suo cospetto il maledetto Pil, servo dell'Occidente e nemico della rivoluzione. In Italia, dove abbiamo un Presidente un po' più acculturato, l'ordine è stato invece di non parlar più di Pil e di tappare la bocca a chi ci prova. Esageriamo? Niente affatto. Gli economisti dell'Istat hanno lanciato, nell'indifferenza generale, un appello per difendere “la statistica ufficiale, che è un bene pubblico del Paese”. L'Istat rischia infatti di dover sospendere per mancanza di fondi i prossimi rilevamenti. Che erano, per Scajola e Tremonti, troppo frequenti e tali da dare un quadro pessimistico dello stato dell'economia. Dove tutto va invece benissimo e non c'è proprio nulla da temere. E se, come dichiara la Consob, la piccola e media industria “è a rischio di asfissia” perché “nei confronti delle grandi banche si riscontra lentezza nel mettere al centro delle strategie il servizio al cliente”, ossia - per dirla in italiano - perché le banche strozzano i piccoli imprenditori? Niente paura, basterà non parlare più neanche di Consob. E lo struzzo-italiano restarà tranquillo, col sedere per aria e la testa ficcata sotto un metro di sabbia. E allegre musichette e spot rassicuranti che lo raggiungono fin sottoterra. + + + L'italiano, come lo struzzo, ormai digerisce tutto. Patti fra mafia e Stato, trattative, per salvaguardare le quali fu assassinato – come ogni giorno che passa emerge sempre più chiaramente – il giudice Paolo Borsellino? E chi se ne frega. Puttane, redattori, protettori e politici a libro-paga - paritariamente - degli Affari Del Re, con solo qualcuna delle prime a dimostrare occasionalente (“io certe cose non le faccio”) qualche barlume di dignità? E chi se ne frega. Squadristi, mostri, lager, emigranti annegati, italians-musolini, italians duce-duce, il mondo che ci ride dietro? E chi se ne frega. “Noi tireremo diritto”. “Alalà”. “Duce a noi”. “Me ne frego”. + + + E' in queste circostanze, di questi tempi e in questo Paese che alcuni di noi decisero di esercitare ancora, nonostante tutto, l'antico mestiere del giornalista. Gli storici troveranno ciò molto interessante, e ancora più interessante troveranno il fatto che non siano neanche mancati giovani pronti a unirsi a questa avventura. Ma forse non saranno gli storici ad occuparsi di noi in futuro ma, più sovieticamente, i manuali di psichiatria. (Ucuntu, 13 luglio 2009) ______________________________________ Trattative MISS MAFIA E MR STATO MATRIMONIO DIFFICILE FIDANZAMENTO LUNGO L'accordo era che ciascuno si facesse i fatti suoi, senza pretendere troppo: controllare il territorio, raccogliere un po' di voti, e soprattutto tener buoni i contadini, cioè i “comunisti”. Poi la mafia, coi soldi dell'eroina, è diventata troppo potente. Allora Andreotti ha cercato di tirarsi indietro. Ma... Lo stato, in Italia, ha sempre trattato con la mafia. Ha trattato ai tempi di Giolitti ("camorrista" per Salvemini), di Mussolini (la fine del povero Mori), del'Amgot (Calò Vizzini, Lucky Luciano), di Scelba (Giuliano e Pisciotta) e, naturalmente, di Andreotti.Quest'ultimo, come si sa, si incontrava con boss come Spatola che, con Badalamenti e Inzerillo, formava il triumvirato della mafia di allora. Sia Spatola che Inzerillo furono uccisi dai "Nuovi", i corleonesi. Badalamenti scappò in Brasile, e l'uomo di cui si fidava era Tommaso Buscetta. Falcone, mediante Buscetta, aveva l'obiettivo preciso di far parlare Badalamenti. Non ci riuscì. Che cosa avrebbe potuto dire – e provare - Badalamenti, se Falcone fosse vissuto abbastanza da convincerlo? Che l'onorevole Giulio Andreotti, capo del governo italiano, aveva come interlocutori industriali, prelati, politici, e anche i boss di Cosa Nostra. Adesso la cosa non farebbe granché scalpore, perché è una storia vecchia, e perché l'opinione pubblica non è più quella di prima. Ma nel '93, o anche qualche anno prima, sapere ufficialmente che un politico aveva commesso il "reato di partecipazione all'associazione per delinquere" Cosa Nostra, "concretamente", "fino alla primavera 1980" avrebbe fatto saltare per aria l'Italia. Altro che Mani Pulite. + + + Per questo Falcone è morto e per questo è morto Borsellino. Ovvio che ci siano entrati (come rozzamente si dice) "i servizi", pezzi di stato. Deviati, ma fino a un certo punto. In certi anni, erano quasi ufficiali. I rapporti fra Andreotti e Spatola – ossia, fuor di metafora, fra mafia e stato – non erano finalizzati a assassinii (tranne che di comunisti, che allora giuridicamente non erano esseri umani) , né ponevano a rischio l'autonomia dello stato. Erano rapporti periferici, asimmetrici, localizzati. Il mafioso, ai tempi di Spatola, al politico chiedeva cose circoscritte e locali, e il politico gli rispondeva su questo terreno. Al massimo poteva chiedergli una strage di contadini, seppellibili in fretta e senza troppo casino. E' il tipo di rapporto che un ufficiale americano può avere oggi con questo o quel warlord afgano, di cui si conoscono benissimo le atrocità, ma che tutto sommato torna utile per tenere il territorio. "Datemi i voti – diceva alla mafia lo stato - ammazzatemi un po' di comunisti e fate quel che cazzo volete nella vostra isola di merda". Poi, verso la fine degli anni '70, i signori della guerra si sono impadroniti di testate nucleari. Cioè, oltre metafora, i mafiosi hanno messo le mani sulla totalità del traffico mandiale di eroina e sono diventati dei grossissimi imprenditori. + + + A questo punto i rapporti di forza si sono squilibrati. "Col cazzo che restiamo a fare qualche affare di merda quaggiù in Sicilia! Vogliamo contare dappertutto, vogliamo avere la nostra fetta d'Italia esattamente come tutti i vostri imprenditori". Si aggiunge, proprio in quegli anni, una diciamo così infiltrazione. Ad esempio, gli ultimi 150 inscritti alla P2 stanno in Sicilia o sono siciliani. All'estero (“golpe” Sindona) Cosa Nostra comincia a essere un interlocutore a livello alto. Quindi la partita cambia completamente. Quelli come Andreotti si spaventano, cercano di tirarsi fuori. Però è un po' tardi, anche perchè se hai aiutato il talebano a rubare una vacca e ammazzare un paio di comunisti, quello ti ricatta per il resto della tua vita e pretende, pretende, pretende... Mr Stato dice: va bene, adesso ti aiuto a rubare anche un paio di capre. Miss Mafia dice: Col cazzo. Voglio il culo della regina Vittoria, se no dò al Times le foto di te che rubi le vacche e ammazzi i comunisti insieme a me. E il ciclo ricomincia e continua, sempre più incontrollabile e sempre più in alto a ogni giro. Sta continuando tuttora. (Ucuntu, 25 luglio 2009) ______________________________________ L'OTTO AGOSTO Cronaca. “Roma, 7 agosto. Il corpo senza vita di Fatima Aitcardi, 27 anni, marocchina, ripescato ieri sera dal fiume Brembo a Ponte San Pietro, è stato identificato dal fratello Mohamed che staamattina si è presentato ai carabinieri per denunciare la scomparsa della sorella, uscita di casa ieri alle 14. L'uomo, che invece è regolare e vive proprio a Ponte San Pietro, ha raccontato che Fatima era disperata: era irregolare in Italia, aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la sua posizione ed era terrorizzata dalla scadenza di domani, giorno in cui la clandestinità sarebbe diventata reato. Questo l'avrebbe portata a togliersi la vita”. Storia. Il giorno 8 agosto 2009 in Italia è cominciato ufficialmente il fascismo per una parte della popolazione. La legge è stata regolarmente emanata dal regolare governo (anche il fascismo di allora cominciò come governo “legale”) ed è stata regolarmente firmata da Sua Maestà il Re. Non vale per ariani e padani, non ancora. Ma la storia su questo punto è molto chiara: nessuna dittatura è mai rimasta a lungo parziale. Se questa sia davvero una legge, se questo sia ancora un governo legale, saranno gli italiani a deciderlo, ognuno nella cascienza sua. (Ucuntu, 10 agosto 2009) ______________________________________ LE VACANZE INTELLIGENTI "Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare, l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare, l'Italia metà giardino e metà galera, viva l'Italia, l'Italia tutta intera"... Dipende. Le puoi passare su un ponte-gru a dieci metri d'altezza nel tentativo di difendere, in un Milano oramai pre-industriale, il tuo e dei tuoi compagni posto di lavoro. Oppure a veder cagare dei cavalli, di cui sei appassionato collezionista, con in tasca il milione di euri che ti hanno dato per prossenare il giornale che fu di Montanelli. Nel primo caso sei un operaio, e di te non vale la pena di ricordare nemmeno il nome. Nel secondo sei il giornalista più venduto d'Italia, e hai appena finito di sputare per soldi su Enzo Baldoni (“amico dei terroristi”) o sulla moglie obsoleta del tuo signore e padrone. Dipende. Puoi essere – tutto dipende – a leggere, qui o su qualche altro povero sito, come sta andando la storia di qualche vecchio giornale, un giornale antimafia per esempio. Una storia bellissima, per tutti gli altri: per te è la differenza fra restare ancora a casa tua oppure, ai primi freschi d'autunno, finire in mezzo una strada. In tal caso sei un redattore, o redattrice, dei vecchi Siciliani. Brutto mestiere. Oppure puoi essere in qualche posto simpatico - Hammamet per esempio - dove la vita non è poi così cara, molto meno comunque del quartiere di New York in cui hai appena comprato casa e al limite puoi usare anche quella di Craxi, che hai appena finito di pubblicamente elogiare. In questo caso. Naturalmente, se. Veltroni. Non il communista impresentabile degli anni 'Anta ma un managger moderno e cinico, possibilmente – speri te - di successo. Puoi essere – te lo auguro vivamente – un figlio di qualcuno, un hijo d'algo. Del terribile Bossi, per esempio, e in questo caso questa è la tua prima estate tranquilla negli ultimi tre anni, la prima in cui non ti hanno selvahhiamente bocciato all'esame di maturità. Il babbo politico, per premiarti, ti ha promesso un Ente, alla Fiera o all'Expò, vedremo: come i vecchi babbi diccì d'un tempo, che finite le scuole piazzavano i voraci figliuoli da qualche parte (suscitando la giusta indignazione del bue lombardo contro Roma Ladrona). Va bene, questo è uno stanco articolo di mezz'agosto. Che altro volete che vi dica? Che c'è da dire, del resto, in quest'Italia ormai anziana che di estati ne ha viste tante (quella di Tambroni, quella di Kappler, quelle delle bombe) sopravvivendo fortunosamente - Pertini, lo Stellone, er Poppolo 'taliano – a tutto quanto? E' troppo appiccicaticcia, quest'estate, troppo d'aria pesante, troppo noiosa. Estate di vecchi film color seppia, di vacanze in colonia, di gerarchi a Forte dei Marmi o a Fregene, di “bambini salutate tutti insieme il re e il duce”. Che palle. Fino a qualche anno fa l'ideale – un ideale burino, da bauscia; ma meglio che niente – era la Milano Da Bere, il Trend, il Managment, l'Entertainment, l'America; o una Svizzera mal riuscita, di quella che s'incontrava già, da Bologna in su, in tutti quei posti già bellissimi, dai nomi antichi, che erano una volta il mio Paese. No, non è andata così. L'ideale in realtà è la sfilata, l'orbace, il capo-condominio, l'ipocrisia cattolica, il portiere spia, l'odore di camerata, il “lo sapesse il duce”. Questa è l'Italia profonda, altro che cazzi. Puoi fargli tutte le democrazie e tutte le resistenze che vuoi, ma alla fine la faccdenda è così: un terzo degli italiani non sono europei, non lo sono mai stati. E ora sono quelli che ti spintonano e gridano più forte. Ok, buone vacanze. Se venite per le vacanze quaggiù in Sicilia attenti a non urtare un cadavere, quando fate il bagno. Ne sono annegati circa millecinquecento, fra l'anno scorso e quest'anno, in questo nostro bel mare di Sicilia. Africani, immigrati, negri, gente così, naturalmente: chi se ne fotte? Viva l'Italia. (Ucuntu, 10 agosto 2009) ______________________________________ RADICI DI UNA LUNGA STORIA IL CORAGGIO DI LOTTARE Perché tanti giovani, ancor oggi, dedicano tesi di laurea, studi, solidarietà, “simpatia” ai Siciliani? Non è una storia passata, di certo rispettabile, ma che con le cose di oggi non c'entra più? No, che non lo è. L'”ideologia” dei Siciliani non è solo giornalismo, ma qualcosa in più: professionalità e militanza, e “non mollare” Sono passati molti anni da quando Giuseppe Fava fece il primo numero dei "Siciliani" eppure decine di giovani, in tutta Italia, ancora gli dedicano tesi di laurea, studi, "simpatia". Il fatto è che in tutti questi anni la storia dei Siciliani (con svariati strumenti, e attraverso diverse generazioni) non s'è mai interrotta. Noi qui a Ucuntu, ad esempio, pensiamo di muoverci proprio sulla strada dei Siciliani. Ma anche gente più "strana" (il piccolo giornale di quartiere in Sicilia, il centro sociale di Napoli, l'esperto di economia di Milano) si sente più o meno legata, e spesso effettivamente lo è, alla storia dei Siciliani. Eppure i Siciliani erano un piccolo giornale e anche i soggetti civili che da essi derivarono (Siciliani Giovani, l'Associazione i Siciliani, L'Alba, ecc.), per quanto in alcuni momenti influenti, non erano dei grandi movimenti di massa. E allora? Forse un parallelo si potrebbe cercare nel filo che lega, ad esempio, la storia di Piero Gobetti al Non Mollare, al primo antifascismo torinese e fiorentino; e poi all'antinazismo militante, ormai europeo, dell'emigrazione; e al partito d'azione, ai Rosselli; e al primo partigianato, a GL, alla resistenza popolare e infine, in una larga misura, alla Repubblica. Certo, fu un'esperienza "minoritaria" anche quella; eppure si rivelò utile, per il Dna civile nel Paese, ben più di altre storie molto più "grosse". Professionalità e militanza, estremo rigore tecnico e massima apertura ai giovani e alle idee nuove; spirito di sacrificio ma non fanatismo; creatività e artigianato; diffidenza (a volte snobismo) verso i partiti classici ma elogio della politica come partecipazione civile; spirito fortemente unitario, da Cln, ma coerenza e rigore, e mai un minimo cedimento al potere. Sarebbe stata molto diversa, la storia d'Italia, senza il sale di quei piccoli gruppi di cittadini. + + + Lo spirito dei Siciliani, in questo momento della storia, è più necessario che mai. Tribalismo, mafia, prodromi di fascismo, crisi: ciascuna di queste cose di per sé potrebbe ammazzare un Paese, e qui ci si presentano tutteinsieme. Chi non è nel Sistema (nel senso di Saviano) ha ormai introiettato da tempo una mentalità di sconfitta che lo rende incapace anche solo di pensare a una reale opposizione. Gli scandali, le barzellette sui gerarchi, le nostalgie sembrano l'unico modo di opporsi, qui ed ora. Chi si oppone davvero – piccoli gruppi – tende a ghettizzarsi da solo La sinistra di ora assomiglia moltissimo a quella degli anni Venti. In piccola parte connivente o corrotta, in parte molto maggiore frastornata. Non mancano gli urlatori, i ribelli a parole, i dannunziani. Dirigenti sempre più incomprensibili, chiusi in se stessi, isolati; base non rassegnata ma impotente e confusa. E però - come allora – il regime è lungi dall'avere i plebisciti che propaganda. Lo appoggia solo un quarto della popolazione, e non sempre; una massa circa equivalente gli è ostile. La differenza è solo di volontà e di organizzazione. + + + Parlavamo di un giornale, e siamo finiti a parlare di queste cose. Ma che c'entra un giornale con la politica? E' che un giornale, un giornale vero, non può mai essere solo un giornale. La stessa ideologia “tecnica” (il buon mestiere, la precisione, la puntualità) di un giornale è di per sé immediatamente politica, molto più profondamente – spesso - della “politica” ufficiale. Lavorare, stare uniti, passar sopra alle piccole divergenze, sorridere, essere sempre efficienti o almeno cercare di esserlo, sentirsi profondamente parte di uno schieramento ampio e durevole e non di una semplice avventura, non essere osservatori ma militanti. Non rassegnarsi mai a nulla, e non illudersi mai. Governare le proprie azioni e speranze, in gruppo e singolarmente, come se vi fosse affidata la sorte di tutto. Questa era la cultura dei Siciliani. E questa serve ora. (Ucuntu, 10 agosto 2009) ______________________________________ PECORELLA & C. “Ma poi siamo sicuri che l'hanno veramente ucciso perché era contro la camorra? E chi lo dice? E se invece...”. Questo sarebbe l'avvocato-politico Pecorella, ex di sinistra e ora di Berlusconi, che parla di don Peppe Diana, il povero prete ammazzato dalla camorra nel '94. Avvocato, fra le altre cose, di camorristi: per cui non capisce se l'attacco a don Diana sia stata un'idea sua oppure no. Comunque, scoppiato il casino, Pecorella ha glissato un po', poi ha fatto le sue “scuse" ed eccolo ancora là, presidente della Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti, cioè sulla materia su cui la camorra fa i migliori affari. Il caso è chiuso, torneremo a indignarci un'altra volta. Come è chiuso il caso di Toni Zermo, che dopo la morte di Fava scriveva un giorno sì e l'altro pure che la mafia (ma c'è mafia a Catania?) non c'entrava, o di Tino Vittorio, che sulla non-mafiosità del delitto scrisse addirittura un libro (“La mafia di carta”: la vera mafia? Gli antimafiosi), o di Mario Ciancio, contro il cui monopolio Giuseppe Fava fece prima il Giornale del Sud e poi i Siciliani. Tanti anni dopo, Zermo fa ancora l'editorialista, Vittorio l'intellettuale nobile da convegno, e Ciancio fa ancora Ciancio. Facile prevedere che anche Pecorella, passato il breve infortunio, continuerà tranquillamente a fare il suo mestiere. È bella la solidarietà per i Siciliani, specialmente quando viene da giornalisti, politici, pensatori e in genere da “persone importanti”. Da loro però io preferirei avere un pensiero commosso in meno per “i ragazzi di Fava”, e una citazione in più per coloro che, senza sparare, tentarono in tutti i modi di eliminare Giuseppe Fava anche da morto, e sono ancora qui. Meno lacrime per i don Diana, e più galera per i Pecorella. (Ucuntu, 10 agosto 2009) ______________________________________ Operai E SE DOPO L'ESTATE, COSÌ ALL'IMPROVVISO, ARRIVASSE L'AUTUNNO? C'è chi l'ha fatto occupando una fabbrica (addirittura in cima alla gru), il ferragosto. Che pazzi, che disperati. Eppure, fra la sorpresa generale, hanno vinto. Hanno salvato la loro fabbrica, alla faccia di padroni e politici, e hanno dimostrato qualcosa che tutti si sforzano di far dimenticare: che gli operai esistono, che sono indispensabili e tanti, e che quando alla fine si muovono qualcosa di molto “strano” può ancora accadere Questi che vedete qua sopra sono esemplari rari, almeno ufficialmente, per due motivi. Uno: prima di tutto, sono operai. Una categoria che, stando alla tv e ai giornali, non c'è più. Esistono i bianchi, i neri, gli immigrati, i padani, i rumeni, i laziali e tutto il resto ma quelli che fanno le cose, che materialmente lavorano, in quanto comunità percepibile non esistono più. Il concetto di “operai”, da un certo momento, in poi, è stato abolito dai media e sostituito con altri più malleabili (i “popolani” di Bossi,per esempio). Due: questi sono operai vincenti. La loro fabbrica, la Innse, nella Milano “finanziaria” (= biscazziera) e non più industriale di questi anni, doveva chiudere per una speculazione edilizia. La “politica” non è intervenuta, per la buona ragione che non esiste più (la Moratti e Formigoni non sono più politici come Aniasi o Bassetti ma semplici mediatori d'affari). E allora? Far ronde, trovare un capo espiatorio, prendersela con qualche zingaro o lavavetri? No. Seguendo l'antica ricetta del nonno, gli operai dell'Innse si sono organizzati fra di loro, non hanno accettato i patti. Hanno occupato un pezzo di fabbrica – cinque di loro si sono addirittura piazzati in cima alla gru – e hanno passato l'estate così, lottando. Non per qualche idea straordinaria (anche per quella, a pensarci bene) ma semplicemente per difendere se stessi, il loro lavoro. Sapendo che se non ci pensavano loro, e quelli come loro, non ci avrebbe pensato nessun altro. Questo è l'evento politico dell'estate. I politicanti più abili, cioè la Lega, hanno capito subito la pericolosità mortale, per loro, dell'evento. E hanno subito gridato alla coartata libertà del padrone, all'indisciplina operaia, all'orribile - all'orizzonte - lotta di classe. E' giusto: il loro mestiere di crumiri (altro che “popolani”: loro sono quelli che hanno lasciato smantellare le fabbriche della Lombardia distraendo la gente con gli “al negro al negro”) li porta a capire prima degli altri queste cose. Non a caso sono stati loro, cinque anni fa, a denunciare: “Alla Zanussi, oltre metà sono stranieri!”. Questo è lo scontro vero. I potenti hanno paura degli operai, come sempre ne hanno avuta. Altro che veline e ronde: chi vive di lavoro, prima o poi, vuole più libertà e più benessere, e - unito con gli altri – in realtà li può ottenere. Ed ecco perché le parole “fabbrica”, “lavoro”, “operai” sono state proibite da lor signori: difficile che le troviate sui loro giornali e sulle loro tv. Ma sono le nostre parole. Più soldi a chi lavora, più società nelle fabbriche, più Marx (bestemmio?) e anzi, subito, più Keynes nel Paese. E, qui al sud, più Italia, cioè più Stato del popolo, cioè lotta finale al Sistema mafioso. Utopie? Va bene. Fra poco verrà l'autunno: dici che rinfresca un po'? Anche l' “autunno caldo”, quando io ero giovane - qualche anno fa - non se lo aspettava nessuno. Eppure. (Ucuntu, 19 agosto 2009) ______________________________________ L'ITALIA DI ENZO BALDONI Ma sì, per una volta lasciamoli perdere i mafiosi, i “papi" rimbambiti e i Calderoli. Pensiamo a persone serie, invece. Incomincia l'autunno, incomincia bene – coi lavoratori che iniziano a difendersi dalla crisi e votano a sinistra in Germania e in Giappone – e anche noi, qui, cominciamolo con fiducia e allegramente. Alla maniera di Enzo. E vai! Quanto tempo è passato dai tempi di Baldoni? Sembrano cinque anni, ma sono molti di più. Un secolo, è passato, fra l'Italia civile e pacifica che trottava sugli scarponi di Enzo e l'agglomerato impaurito e feroce che vediamo ora. Di Enzo, rimane la buona e incuriosita scrittura da "dilettante" da "viaggiatore" (parole profondissime, antiche nella cultura italiana: ora spazzate via, coi corrispondenti concetti, dall'assoluta non-traducibilità in italish); il sorriso mite e serio, da italiano che ha viaggiato; e quel coraggio autoironico, da Don Camillo o Peppone, alla "io-ci-provo" (non fu mica facile ammazzarlo: ci si dovettero mettere in più d'uno, contro l'omone bonario che si difendeva la vita). + + + Baldoni, da questa Italia di ora, ha avuto il miglior premio che ci si potesse aspettare: la dimenticanza. In questo paese da barzelletta, con Milano capitale della prostituzione minorile e della coca, con Napoli della caccia ai gay, con Roma e il suo buffo sindaco fascista, con i nazisti al governo e il governo mezzo casino e mezzo governo, che cosa c'entra gente come Baldoni? Ovvio che lo cancellino, che non ne parlino più, che cerchino di farlo dimenticare. Per noi ricordare Baldoni vuol dire due cose precise, una “cattiva” e una buona. Quella “cattiva”: il Feltri che ora ricatta i preti (per un milione di paga) per conto di Berlusconi è lo stesso Feltri che allora calunniò in tutti i modi possibili il “terrorista" Baldoni. "Vacanze intelligenti", "Il pacifista col Kalashnikov" e infine "Colpo in testa a Baldoni" furono allora i titoli di Feltri su Baldoni. Non credo che allora gli dessero già un milione per fare queste cose e sarei curioso di conoscere la cifra esatta. + + + Ma queste sono miserie. Il motivo vero per cui ricordiamo Baldoni è che egli è uno di noi, un essere umano libero, e un giornalista. Uno che faceva le cose, mica se ne stava a casa a piagnucolare “non si può fare”. Se avessimo ancora spazio, diremmo che cose alla Baldoni nel mondo, in questo momento, per chi sa vederle ci sono. Gli operai tedeschi che votano per la sinistra combattiva. Il Giappone dove la borsa sale, sale la disuccupazione – e la gente massicciamente vota a sinistra. L'Italia... Ma ne riparleremo in autunno. (Ucuntu, 31 agosto 2009) ______________________________________ Trackbacks
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